La crisi della grande distribuzione.

                                               

                                                LA CRISI  DELLA  GRANDE  DISTRIBUZIONE.

In un articolo apparso recentemente sulla rivista Collegamenti Wobbly, Stefano Capello ha descritto efficacemente lo straordinario sviluppo della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) in Italia nel periodo precedente alla “grande crisi” del 2007/2008. Questo sviluppo ha portato all’esplosione di un numero sproporzionato, e a volte demenziale, di punti vendita (ipermercati e centri commerciali) nelle periferie delle grandi città. Fra le cause di questa esplosione Capello elenca : “la liberalizzazione del commercio con la riduzione progressiva di ogni limite di orario di apertura e di tipologia di vendita, i finanziamenti pubblici volti alla riqualificazione delle aree dismesse dell’industria, la comodità per la criminalità organizzata di utilizzare la GDO come lavatrice per il riciclaggio del denaro sporco”. (1) Per quanto riguarda le amministrazioni comunali, da quando il settore è stato liberalizzato, nel 1999, le licenze edilizie sono state concesse a pioggia, ma ai Comuni fa anche comodo avere i centri commerciali sul proprio territorio : un ipermercato di grandi dimensioni a Milano paga di IMU e tasse per rifiuti qualcosa attorno al milione di euro all’anno. Sulla opportunità offerta alla criminalità organizzata basta segnalare che nel 2015 l’economia sommersa e illegale in Italia (dall’evasione fiscale al traffico di stupefacenti, dal contrabbando al gioco d’azzardo, alla prostituzione ecc.) ammonta a oltre 200 miliardi di euro, secondo il report dell’ISTAT. Lo stesso report calcola che questo tipo di economia vale il 12,9% del PIL. Un aumento spettacolare dal 2013 : circa tre volte e mezzo in due anni! Senza volere, in questa sede, entrare in considerazioni di carattere etico, che comunque il capitalismo ha sempre dimostrato di tenere in poco conto, è probabile però che la stima dell’ISTAT sia comunque approssimata, ma per difetto.

Ma tutto questo comunque appartiene già al passato, oggi la crisi della GDO è reale. L’utile netto della GDO era + 1,4% nel 2006, poi + 0,8% nel 2010, per scendere poi sotto lo zero : -0,1% nel 2013 e -0,5% nel 2014. I punti vendita della GDO (ipermercati, supermercati, outlet, libero servizio) erano 29.366 nel 2011, poi il calo fino ai 27.668 del 2015. Nel 2005 in Italia si aprivano 57 centri commerciali, nel 2014 appena 5 e siamo a quota 870 per un valore complessivo di 40 miliardi e con 324.000 dipendenti, esclusi quelli dell’indotto. La media del consumo di superficie occupata dalla GDO è di 484,6 mq ogni mille abitanti in Veneto, 466,4 mq in Lombardia, 414,6 mq in Piemonte : una densità esagerata che in alcuni territori diventa appunto demenziale come a Cinisello Balsamo, nell’hinterland milanese (17 centri commerciali in un’area che si copre in 20 minuti di macchina) o nel triangolo veneto Mestre-Marghera-Marcon con tre parchi commerciali entro un raggio di 10 km (166.000 mq e 361 negozi) per un bacino d’utenza che non supera i 300.000 cittadini. Nel 77% dei casi le insegne dei negozi si ripetono, sono sempre gli stessi marchi già noti al grande pubblico. In particolare per quanto riguarda Auchan dal 2010 al 2014 il giro di affari in Italia si è ridotto da 3,2 miliardi a 2,6 miliardi di euro e infatti il gruppo francese aveva annunciato 1.426 esuberi in 32 dei 49 centri a suo marchio, 65 dei quali solo a Mestre (ma si parla di migliaia di esuberi a Carrefour, MediaWorld, CoopEstense ecc). Un accordo raggiunto fra Auchan e sindacati confederali nel maggio 2015 prevede la salvaguardia (per il momento) dei posti di lavoro, in cambio della sospensione temporanea del salario variabile (cioè le sei tranches di premio pregresso fino a tutto il 2016) ed “una nuova organizzazione del lavoro”, cioè orari di lavoro e turni variabili a discrezione della direzione aziendale.(2)

Ora prima di procedere nella comprensione delle cause di questa crisi conviene introdurre una nota relativa al capitale commerciale e al lavoro che viene impiegato nel commercio. Qui siamo in presenza di “mutamenti di forma del capitale da merce in denaro e da denaro in merce” cioè di un processo di circolazione del capitale, necessario comunque per la realizzazione del plusvalore. Tutto ciò “costa tempo e forza lavoro, ma non per creare valore, bensì per produrre la conversione

del valore da una forma nell’altra”. I costi di circolazione delle merci non aggiungono nuovo sostanziale valore alle merci stesse e il capitale sborsato per la loro circolazione appartiene ai costi improduttivi ma necessari alla riproduzione allargata capitalistica. Il capitale commerciale è comunque una parte del capitale monetario complessivo, una parte del capitale anticipato per la produzione, quindi il processo complessivo di riproduzione allargata comprende anche il processo della vendita-consumo delle merci, mediato dalla circolazione, in cui il capitalista commerciale si appropria di una parte del plusvalore già contenuto nelle merci. Chiaramente il capitalista commerciale immette nei processi di circolazione una quantità di valore inferiore – nella forma di denaro – di quella che poi ne estrarrà, ma questo avviene perché ciò che viene introdotto nella circolazione in forma di merce è già comprensivo di una quantità maggiore di valore. Il saggio medio del profitto viene calcolato in base al capitale produttivo totale aggiungendo ad esso il capitale commerciale. Il capitalista industriale, il “produttore” diretto non vende al commerciante le merci al loro prezzo di produzione, ossia al loro valore, ma a un prezzo inferiore. Avremo quindi un effettivo prezzo della merce che è uguale al suo prezzo di produzione aumentato del profitto mercantile (commerciale). Il prezzo di vendita del commerciante è superiore a quello di acquisto di una data merce perché il prezzo di acquisto è stato inferiore al valore totale della merce. In questo modo il capitalista commerciale partecipa alla ripartizione del profitto complessivo e se ne appropria con il lavoro non pagato dei suoi lavoratori.(3)

Per quanto riguarda le cause della crisi della GDO molti sono i motivi evocati da diverse parti : l’ipertrofico proliferare dei punti vendita di cui abbiamo già detto, l’esplosione dell’hard discount, la diffusione della spesa via Internet, l’attacco dei punti vendita “non food”, il cambiamento dei gusti di una parte dei consumatori che preferiscono al prodotto massificato i mercatini online o a chilometro zero, le botteghe, i gruppi di acquisto, la concorrenza sleale basata sull’evasione fiscale e il lavoro irregolare soprattutto nel Meridione, la contrazione dei consumi. Tutti motivi veri, basati sulla “normale” concorrenza intercapitalistica, ma che non prendono in considerazione, o tendono a nascondere, la causa principale. La crisi generale del sistema capitalistico, nel settore della circolazione delle merci, si manifesta come crisi di sovrapproduzione. Basta entrare in un qualsiasi centro commerciale per essere colti da un leggero senso di vertigine, mentre una domanda affiora spontanea :“Ma chi comprerà tutte queste merci?”.

Quando si parla di sovrapproduzione non ci si riferisce naturalmente ai prodotti di lusso o alla produzione di armi, tutte merci per le quali il mercato può anche espandersi nelle situazioni di crisi, come di fatto sta avvenendo, ma al consumo cosiddetto “di massa”, ovvero alla produzione di merci che rientrano nel consumo per la riproduzione della forza lavoro, ai livelli storicamente determinati. Per queste merci la domanda solvente è costituita sostanzialmente dai salari dei lavoratori, salario diretto o differito (pensioni) o sociale (tasse e contributi gestiti dallo stato), e da altri redditi da lavoro. Ora appunto i salari dei lavoratori e, in generale, i redditi da lavoro sono in forte calo da qualche decennio e, di conseguenza, la sproporzione fra domanda e offerta tende costantemente ad aumentare. In un sistema concorrenziale puro, ipotizzabile solo in astratto,  una

 

situazione come quella descritta dovrebbe portare o a una distruzione delle merci in eccesso o a un calo drastico del prezzo delle merci in circolazione. Ma nulla di tutto questo avviene.

Per quanto riguarda la prima ipotesi qualcosa si può intravedere nella distruzione periodica di derrate alimentari, il cui prezzo invece, di conseguenza, dovrebbe tendere verso lo zero, o nella chiusura di fabbriche “decotte”. Ma in generale la tendenza va in senso contrario, cioè verso un aumento della produzione di merci, la cosiddetta “crescita”. Il fatto è che il sistema concorrenziale puro, se mai è esistito ai primordi del capitalismo, oggi, nell’epoca del capitalismo monopolistico o oligopolistico, certamente non esiste più. Nel loro libro del 1968, Monopoly Capital, Baran e Sweezy sostengono che gli oligopoli eliminano la concorrenza sui prezzi. Con la fine della concorrenza sui prezzi, e con l’enorme produttività degli oligopoli, il plusvalore tenderebbe a crescere al di sopra delle possibilità di investimento causando un eccesso cronico della capacità produttiva. A questi autori sono state rivolte delle critiche relative al vizio dei sottoconsumisti di postulare uno squilibrio permanente tra l’aumento della capacità produttiva e quindi dell’offerta e l’aumento della domanda, squilibrio che è in totale contrasto con l’analisi della riproduzione allargata trattata da Marx. In una certa misura si tratterebbe di un sistema simile ad una riproduzione semplice con un uso intensivo del macchinario esistente, una contrazione degli investimenti e un impiego finanziario del plusvalore in eccesso, cioè un continuo flusso di profitti rilasciato dalla sfera produttiva alla ricerca di una valorizzazione finanziaria.(4)

Per quanto riguarda il livello dei prezzi, esso viene mantenuto artificialmente alto attraverso una “politica monetaria espansiva” basata su un aumento stratosferico del credito al consumo e quindi del debito privato, come si è visto negli USA prima dello scoppio della bolla immobiliare in seguito all’aumento delle insolvenze. Una politica monetaria simile viene ora messa in pratica dalla BCE di Mario Draghi con l’abbassamento a zero del costo del denaro e con il “quantitative easing”, senza tuttavia ottenere apprezzabili risultati sulla cosiddetta “economia reale”, investimenti e consumi, salvo comunque contribuire al salvataggio delle banche, assorbendo i loro debiti e i titoli spazzatura. Un certo calo dei prezzi si è ottenuto in alcuni settori, come l’abbigliamento, tramite l’afflusso di merci a basso costo e a bassa qualità provenienti dal “made in China” e destinato al consumo medio - basso dei paesi occidentali. Il più grande colosso della GDO americana, la Walmart, si basa esclusivamente su merci importate dalla Cina. E’ noto anche che il surplus commerciale cinese veniva poi completamente reinvestito in titoli finanziari americani, contribuendo quindi a mantenere alto il credito al consumo americano. Questo “circolo virtuoso” sembra ora essere andato in crisi con il recente scoppio della bolla finanziaria cinese. E comunque il declino del mercato interno spinge le multinazionali, ma anche la piccola media impresa, alla ricerca di nuovi mercati esteri, esasperando la concorrenza in un mercato “globalizzato”.   

Di fronte al calo della domanda e dei consumi vengono continuamente riproposte, soprattutto da parte di alcuni settori della “sinistra”, le vecchie ricette keynesiane basate sulla creazione di una “domanda aggiuntiva” da parte dello stato e, quindi, della spesa pubblica più o meno in deficit. Queste politiche furono già applicate da Roosevelt negli anni 30, all’epoca della grande recessione americana, senza tuttavia arrivare a una risoluzione definitiva della crisi e sfociando poi, nella seconda guerra mondiale, in una specie di “keynesismo di guerra” in cui quasi tutta la produzione veniva comprata dallo stato. Inoltre già negli anni 70 le politiche keynesiane hanno fatto fallimento portando, specialmente in Italia, a un aumento stratosferico del debito pubblico e alla successiva svalutazione della lira. E sempre negli anni 70 già James O’Connor aveva portato a fondo l’analisi sulla crisi fiscale dello stato(5). Oggi comunque in Europa queste politiche sarebbero non applicabili, in quanto l’euro è una moneta emessa da una banca privata, i cui crediti vanno comunque restituiti, e senza avere dietro uno stato che possa stampare banconote senza copertura. E’ la cosiddetta “austerità” contro cui si scagliano, vanamente, i vari populismi europei, ma anche corposi settori della sinistra keynesiana prima ricordati. E comunque non è il caso di disperarsi più di tanto, visto che l’aumento incontrollato del debito pubblico negli USA e, soprattutto, in Giappone non ha ottenuto risultati molto migliori. Ma questi ultimi argomenti fuoriescono dai limiti del presente articolo e andrebbero trattati in altra sede.(6)

Le considerazioni precedenti non pretendono di essere esaurienti o, tanto meno, esaustive, ma il loro scopo è di fornire alcuni elementi per stimolare il dibattito. In particolare sono da prendere in considerazione le critiche rivolte alle varie teorie sottoconsumiste, compresa quella di Keynes, da parte di quelle tesi che vedono l’origine della crisi nella sovraccumulazione del capitale e, quindi, nella caduta tendenziale del saggio di profitto. Comunque, ai fini più limitati del presente articolo che tratta essenzialmente della circolazione delle merci, queste considerazioni tendono più che altro a dimostrare le contraddizioni irrisolvibili in cui si dibatte il capitale, nella sua fase di declino storico, simile ad un serpente che si morde la coda.

Un’ultima osservazione riguarda il risparmio. La recente vicenda del fallimento delle banche ha portato alla ribalta un nuovo soggetto sociale : il piccolo risparmiatore. Personalmente non amo i piccoli  risparmiatori, penso che se uno riesce in qualche modo a recuperare denaro in più rispetto alla sua semplice riproduzione, farebbe bene a spenderlo in qualcosa di piacevole : un viaggio, una festa con gli amici/amiche, cinema, discoteca ecc. a seconda dei gusti. Tutto il contrario della logica dei sacrifici. “Chi vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza”.  Ma non è questo il punto. Vediamo la cosa da un punto di vista economico-sociale.   
Nella teoria di Keynes il risparmio sottrae risorse al consumo, quindi riduce la domanda di beni di consumo. Nella sua visione sottoconsumista la riduzione della domanda è il fattore principale della crisi e richiede quindi, dal suo punto di vista, una domanda addizionale fornita dalla spesa pubblica statale in deficit. Nella visione di Marx il risparmio è, nel bene e nel male, produttivo di interesse. L'interesse, insieme con il profitto e la rendita, è una delle parti in cui viene suddiviso il plusvalore estratto dalla forza lavoro, costituisce quindi un consumo improduttivo di plusvalore, una forma parassitaria che, in misura crescente, sottrae risorse all'accumulazione del capitale. Comunque la si giri il risparmio non ne esce bene.
Dal punto di vista del capitale finanziario, che ha bisogno di un continuo afflusso di denaro per accrescere il suo valore fittizio, il piccolo risparmio costituisce una gradita iniezione di liquidità, anche se poi, alla prima bolla o alla prima insolvenza, il piccolo risparmiatore è quello che ci rimette di più. Ma si sa, nel capitalismo il pesce grosso mangia il pesce piccolo (vedi la recente legge europea sul bail in).
Sembra comunque che in Italia il &risparmio delle famiglie& sia ancora a livelli relativamente elevati, almeno quello residuo dei genitori e dei nonni, e che costituisca temporaneamente un argine nei confronti del calo dei salari. Invece negli USA il calo dei salari è stato temporaneamente compensato dall'aumento esponenziale del credito al consumo, con un aumento stratosferico del debito privato, fino allo scoppio della bolla dei mutui subprime nel 2007/08. Il gioco però è ricominciato fino allo scoppio della prossima bolla.

Un articolo di la Repubblica.it del 18/4/2016 è interessante perché suggerisce una interpretazione “classista” della crisi della grande distribuzione e del modello dei centri commerciali. In una America in cui i consumi vengono dati in ripresa(?), la crisi dei centri commerciali non dipenderebbe dall’avanzata delle vendite online o della share economy o di consumi frugali. La crisi sarebbe dovuta all’aumento delle disuguaglianze sociali, cioè alla polarizzazione della distribuzione della ricchezza, e quindi all’impoverimento della middle class, inclusiva di ceto medio e classe operaia. “Lo shopping mall  è un modello interclassista, trasversale, mentre oggi da una parte i lavoratori a salario minimo vanno a fare la spesa negli ipermercati discount, dall’altra i ricchi prediligono i grandi magazzini glamour. Esso si rivolgeva alla famiglia media americana, ma la “media” non c’è più, in un popolo di consumatori a clessidra, dove si rafforzano la parte alta e quella più bassa del potere di acquisto”. E’ la formula “siamo il 99%” di Occupy Wall Street applicata ai centri commerciali, oppure il modello elaborato da Piketty. Infine il richiamo di “socializzazione” esercitato dai centri commerciali viene attribuito alla “decadenza dei tradizionali luoghi di vita in comune : sindacati, partiti, club e associazioni civiche, perfino le chiese hanno perso gran parte del proprio ruolo storico come centri di incontro e vita collettiva”.  

Per concludere vediamo quali sono le proposte del management della GDO per uscire dalla crisi. Intanto bisogna dire che quasi mai i centri commerciali che non tirano più, chiudono. Al massimo cambiano marchio. Anzi tendono a diventare sempre più grandi con un conseguente enorme aumento del  consumo di suolo. E poi ci sono migliaia di contratti con i negozianti interni da rispettare quindi si allargano le gallerie laterali con i negozi, si riducono gli spazi dell’ipermercato, le cassiere vengono sostituite dagli apparecchi automatici. La soluzione sarebbe offrire servizi alternativi, zone wi-fi, essere sempre di più luoghi dove socializzare. E soprattutto non toccare le aperture domenicali dei centri commerciali introdotte dal governo Monti. Un programma quindi all’insegna dell’ “indietro non si torna” che non potrà che acuire tutte le contraddizioni già viste piuttosto che risolverle. Gli interessi dei grandi costruttori, dei politici locali e dei capitalisti della GDO convergono nell’ipertrofia di un modello già vecchio, che punta sulla mercificazione e sull’alienazione totale non solo del consumo, ma anche del tempo libero e della vita dei lavoratori.

                                                                                  N O T E.

1) Stefano Capello : Frammenti di lotta di classe nella Grande Distribuzione Organizzata in Collegamenti Wobbly n.1 nuova serie Gennaio 2016.

2) I dati citati nell’articolo sono tratti da “Il tramonto degli ipermercati : Casse e parcheggi vuoti questa formula non va più” di Fabio Tonacci in “La Repubblica” del 28 maggio 2015.

3) La nota è tratta da “Lavoro improduttivo e crisi del capitalismo” di V. Grisi in Connessioni n.2 del settembre 2012.

4) Baran e Sweezy : Il capitale monopolistico – Einaudi 1968. Vedi anche l’articolo di F. P. Cipolla : “Diverse teorie marxiste sulla crisi e diverse interpretazioni della crisi attuale” in Countdown n.1 luglio 2014

5) James O’Connor : La crisi fiscale dello stato – 1977

6) Per la critica delle teorie di Keines vedi Paul Mattick : Marx e Keynes. I limiti dell’economia mista – De Donato Editore 1972.

La crisi della medicina generale.

 LA CRISI DELLA MEDICINA GENERALE.

La crisi della medicina generale inizia già negli anni 50 – 60, ai tempi delle mutue, e si protrae fino ad oggi con l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978. Una crisi di ruolo e di professionalità del medico generale che passa dalla figura del vecchio medico condotto, esperto di tutte le arti mediche e anche del territorio, alla figura del medico della mutua, poi di famiglia, poi di base che vede ridursi la sua competenza alla cura delle malattie più semplici e aumentare il suo carico burocratico. Oggi l’ambulatorio del medico di famiglia, nella maggior parte dei casi e salvo alcune lodevoli eccezioni, è diventato poco più di un ufficio decentrato dell’ ASL in cui si svolgono adempimenti burocratici e vengono smistati i pazienti verso gli specialisti, gli ospedali e i vari esami di approfondimento diagnostico.

Tutto questo è stato ratificato dall’assegnazione di un “budget”, un tetto di spesa che riguarda sia la farmaceutica che gli esami, ad ogni singolo medico, che viene così qualificato come “ordinatore di spesa”. Viene calcolata una media di spesa a livello regionale, di ASL, di distretto e chi sfora di una certa percentuale (circa il 20%) quel tetto viene chiamato a fornire spiegazioni e, in certi casi, si vede costretto a restituire l’importo di spesa ordinato in più. Ciò vale soprattutto per la prescrizione di farmaci, come poi vedremo.

Di questa crisi si è accorto anche il regime, per cui il Ministero e i governatori regionali spingono, anche con incentivi economici, per decretare la fine del medico di famiglia singolo e per la formazione di poliambulatori distrettuali o di quartiere, strutture di prima diagnosi formate da diverse figure sanitarie (medici generali, guardia medica, eventualmente specialisti, infermieri ecc.) e con l’impiego anche di un minimo di strumentazione medica (elettrocardiogramma, ecografia ecc.). Ufficialmente questa svolta viene giustificata dal fatto di voler sgravare i vari Pronto Soccorso dalla diagnosi e cura della patologia minore, esigenza indubbiamente sentita. Questa svolta però incontra diverse resistenze, sia da parte di una classe medica abituata a gestire in proprio l’organizzazione (e i profitti) del proprio ambulatorio e che vede nella nuova organizzazione del lavoro, forse non a torto, una anticamera della dipendenza e dell’aumento del controllo sul proprio lavoro, oltretutto organizzato 24 ore su 24, ma soprattutto richiede lo stanziamento di ingenti fondi per la creazione di nuove strutture, fondi che evidentemente non ci sono. Le prime esperienze di questo genere, avviate soprattutto in Veneto, incontrano oggi grosse difficoltà perché la Regione ha sospeso l’erogazione dei fondi. Oltre tutto c’è chi teme in tutto questo una ulteriore spersonalizzazione dell’atto medico, cioè una perdita del rapporto diretto medico/paziente sul modello di quanto già avviene negli ospedali, come molte esperienze dirette degli ammalati possono testimoniare.

La crisi della medicina generale ha però un suo fondamento strutturale che va fatto risalire alla parcellizzazione o frammentazione dei saperi tipica della divisione capitalistica del lavoro, un processo che gli operai di fabbrica hanno conosciuto bene almeno a partire dal taylorismo, se non prima. Questa divisione favorisce, in campo medico, la formazione di specializzazioni e ultraspecializzazioni, ovvero saperi separati che finiscono per cancellare la visione unitaria (o, come si dice “olistica”) della persona, e del suo stesso corpo, a favore di una sua frammentazione. C’è lo specialista del cuore, quello del polmone, persino quello del cervello e della psiche, e ogni categoria di specialisti cerca naturalmente di tirare l’acqua al proprio mulino (dove per acqua si può intendere anche flusso di denaro) e in questo giro di valzer l’individuo, la singola persona ammalata, naturalmente scompare. E’ esperienza pratica di medici e pazienti il passare da uno specialista all’altro senza trovare una visione unitaria del processo patologico e in tutto questo il medico di medicina generale finisce per diventare un assemblatore di visioni parziali costruite da altri (un po’ come succedeva all’operaio della catena di montaggio, fatte salve le dovute differenze di classe naturalmente).

I FARMACI.

Ho accennato prima al budget assegnato al medico di medicina generale in quanto “ordinatore di spesa”. Il sistema ha funzionato abbastanza bene per quanto riguarda il controllo della spesa farmaceutica. E' di questi ultimi giorni la notizia che alcuni medici di Genova, e forse anche a Palermo, sono stati costretti a rimborsare le ASL per prescrizioni inappropriate di farmaci per cifre consistenti (si parla di 40 mila euro). Naturalmente i controlli sono stati più blandi per quanto riguarda le visite specialistiche, gli esami, i ricoveri ospedalieri, o addirittura inesistenti come nel caso della famigerata clinica ex Santa Rita di Milano (ma qui entra in ballo il trasferimento di profitti e capitali dal pubblico al privato, il tanto decantato “modello lombardo” dell'era Formigoni). Tuttavia quello della spesa farmaceutica è un falso problema o, comunque, un problema volutamente gonfiato. La spesa farmaceutica ricopre il 12-13% della spesa sanitaria globale ed è comunque in calo in seguito all'introduzione dei farmaci generici o equivalenti, cioè farmaci a brevetto scaduto che possono essere copiati da chiunque a prezzi naturalmente molto più bassi dell'originale di marca. Da molte parti si dice che questi farmaci proprio equivalenti non sono, ma non è questa la sede per affrontare questo argomento. Inoltre il calo della spesa farmaceutica è dovuta al fatto che intere categorie di farmaci sono stati posti direttamente a carico del paziente (ad esempio i farmaci per la cura delle varici).

Naturalmente è impossibile parlare di farmaci senza ricordare le pressioni e le truffe dell'industria farmaceutica, ovvero delle potenti multinazionali del farmaco. Del resto ce lo ha ricordato recentemente il caso dell'accordo Roche – Novartis. Tutti penso ricordino i lingotti d'oro dell'allora Ministro della Sanità De Lorenzo e dell'allora Direttore Generale Poggiolini ai tempi di tangentopoli. L'industria farmaceutica, dalle multinazionali alla piccola industria nazionale, ha vissuto in Italia un lungo periodo di vacche grasse, quando poteva gonfiare a piacimento il prezzo di farmaci, a volte addirittura inefficaci, e farselo approvare dal CIP (Comitato Interministeriale Prezzi) mediante tangenti o appoggi politici. Oggi la situazione è cambiata certo. La crisi economica e la spending review hanno ridotto i margini di manovra e aumentato la concorrenza provocando naturalmente una ulteriore concentrazione dei capitali nelle mani di pochi oligopoli. Le industrie farmaceutiche nazionali (vedi Carlo Erba, Sigma Tau ecc.) o sono sparite o sono state acquistate dai colossi stranieri, mantenendo a volte il marchio per convenienza. Solo la Menarini è riuscita a darsi una dimensione sovranazionale acquistando aziende decotte della ex DDR o turche e facendo la scalata ai mercati dell'est europeo e asiatici. In Italia la possibilità di realizzare superprofitti si è quindi ridotta, ma non c'è niente di etico in tutta questa vicenda, semplicemente il mercato italiano è diventato meno appetibile di prima per le grandi multinazionali del farmaco che cercano nuovi sbocchi nei nuovi mercati asiatici, indiani o cinesi, sudamericani o nell'est europeo.

Anche in questo campo però è necessario mettere in luce un problema strutturale e cioè il predominio assunto nell'ambito della terapia medica da parte della chimica a partire almeno dalla sintesi dell'aspirina da parte della Bayer, industria chimica tedesca, nel 1880 circa. La concezione chimica della medicina, supportata dalla rapida crescita dell'industria chimica, ha relegato rapidamente in un angolo altre concezioni della medicina, basate su teorie energetiche o elettromagnetiche come l'omeopatia, nata anche essa in Germania alla fine del 700, forse più rispettosa dei processi naturali di guarigione (senza parlare delle medicine orientali, come l'agopuntura, giunte in Occidente più tardi). Nessuno naturalmente vuole negare i meriti e i successi della medicina chimica, semplicemente si vuole notare che la terapia farmacologica interviene dall'esterno a un livello già avanzato dello squilibrio patologico (energetico?) che ha provocato il progressivo avanzamento della malattia. In un certo senso la terapia farmacologica cura, con più o meno efficacia, a posteriori la malattia quando è già abbastanza avanzata o in fase acuta, molte volte cronicizzandola, e comunque non è assolutamente preventiva. Recentemente si parla di nuovi tipi di approccio alla terapia come le cellule staminali o la medicina genetica, ma siamo ancora in questo caso a livello sperimentale e il successivo sviluppo o le applicazioni pratiche di queste nuove terapie dipenderanno comunque dalla crisi capitalistica generale.

Queste nuove ricerche stanno comunque a dimostrare che la medicina chimica e la terapia farmacologica hanno raggiunto dei limiti e stanno mostrando comunque la corda anche agli occhi della comunità scientifica. Basti citare a questo proposito un caso paradigmatico come quello degli antibiotici. Questi farmaci che, a partire dalla ormai lontana scoperta casuale di Fleming, almeno a partire dagli anni 40 hanno contribuito a debellare molte malattie infettive e ad allungare la vita media, sono in piena crisi. Voci scientifiche qualificate e autorevoli hanno lanciato l'allarme sulla tenuta dell'efficacia degli antibiotici in un prossimo futuro. Anche per un uso eccessivo e indiscriminato di questi farmaci si sono sviluppate resistenze batteriche che fanno temere un ritorno di malattie infettive non più agevolmente controllabili. Occorrerebbe trovare nuovi antibiotici più efficaci, ma, malauguratamente, nessuno fa più ricerca sugli antibiotici da una trentina d'anni a questa parte, per questioni legate al profitto. Infatti le terapie antibiotiche sono in genere di breve durata e non durano una vita come le terapie antipertensive o antidiabetiche e ciò rende meno profittevole la ricerca su questi farmaci.

Ma il discorso si potrebbe allargare e diventare più generale. In un libro uscito in Italia nel 2005 e intitolato “Ascesa e declino della medicina moderna”, l'autore, James Le Fanu sostiene che la medicina moderna dopo aver conosciuto una vera e propria età aurea fra il 1940 e il 1970, con numerose e decisive scoperte nel campo farmacologico e chirurgico, segna ora il passo come una parabola che, una volta raggiunto il culmine, si trova ora in una fase discendente, iniziata alla fine degli anni 70. Le sue ragioni – sostiene Le Fanu – sono complesse e intrecciano molteplici fattori. In effetti nel campo farmacologico le ultime scoperte di farmaci risolutivi e in grado, come si dice, di cambiare la storia naturale della malattia risalgono agli anni 70, come ad esempio i farmaci antiulcera gastrica (cimetidina, ranitidina, omeprazolo ecc.). In effetti le ulcere gastriche sono quasi scomparse, anche se nel frattempo sono aumentati i casi di ernia iatale, reflusso gastro-esofageo, esofagiti ecc. Da allora le nuove “scoperte” sono consistite solo in piccoli e incerti miglioramenti di farmaci già esistenti.

Il fatto è che la ricerca farmaceutica costa e anche molto. Dal momento in cui un nuovo farmaco viene messo in sperimentazione, prima a livello chimico-informatico, poi sugli animali, poi sugli umani ecc. possono passare anche 15 anni e non è detto che la sperimentazione vada a buon fine. I costi sono indubbiamente enormi e richiedono investimenti tali che solo la grande industria farmaceutica può fare, naturalmente se viene poi garantito un adeguato profitto. Forse solo nelle grandi università americane si può fare ricerca, ma esse sono comunque private. Di ricerca farmacologica pubblica non si hanno molte notizie. In Italia poi non se ne parla nemmeno, con la conseguente “fuga dei cervelli”. Un nuovo farmaco, ammesso che sia giunto con successo alla fine della sperimentazione, registrato dalle varie agenzie statali, e immesso in commercio, viene coperto da un brevetto per 15 anni dopo di che può essere copiato, e in questo lasso di tempo l'azienda produttrice, avendone l'esclusiva, può rifarsi dei costi sostenuti e garantirsi un sovraprofitto.

LA MEDICINA DEL TERRITORIO.

Come dicevo prima il regime si è accorto della crisi della medicina generale ma, nelle sue proposte, non va oltre una rete di poliambulatori che, ammesso che siano realizzati, potrebbero garantire al massimo una diagnosi precoce delle malattie e una terapia più tempestiva. Non è previsto che questi poliambulatori possano costituire una rete di rilevazione dei fattori di rischio e di prevenzione sul territorio. Le distorsioni e gli sconvolgimenti sociali prodotti dal modello di sviluppo capitalistico e dalla sua crisi hanno provocato un profondo cambiamento della geografia del territorio.

L'allungamento della vita media si è tradotto in un numero crescente di persone anziane bisognose di assistenza. Le ASL hanno abbandonato totalmente il settore della assistenza a domicilio, non disponendo più di personale adatto alla bisogna e limitandosi ad erogare dei bonus o voucher da utilizzare per accedere al mercato delle cooperative di assistenza accreditate dalla Regione. Queste cooperative, debitamente lottizzate (in Lombardia naturalmente ha prevalso la componente CL – Compagnia delle opere, almeno fino a poco tempo fa), erogano assistenza sanitaria a domicilio fidando soprattutto sullo sfruttamento della forza lavoro impiegata, secondo i consueti canoni che regolano il sistema degli appalti. Per altro verso l'assistenza domiciliare agli anziani alimenta il fiorente mercato delle badanti, in genere extracomunitarie soggette ai mille ricatti della loro condizione o, infine, il “business” delle residenze sanitarie assistenziali con rette da 2500 euro mensili in su. In ogni caso l'assistenza agli anziani è completamente delegato al tessuto familiare o al privato sociale, con conseguente smantellamento del welfare da parte dello stato.

Crescono inoltre le malattie croniche come ipertensione e diabete, dovute per lo più ad una alimentazione scorretta e a cibi sempre più adulterati, o a stili di vita potenzialmente patogeni legati a stress da lavoro, condizioni di vita precarie, problemi economici, nuove povertà. Ogni disturbo generato dal disagio sociale e psichico viene medicalizzato mentre viene alimentata l'ingenua speranza che ogni problema possa essere risolto con una miracolosa “pastiglia” (ricordo in proposito una canzone di Renato Carosone, molto in voga negli anni 60).

In tutta questa confusione scompare la prevenzione. In campo medico si parla molto poco di inquinamento ambientale e sui luoghi di lavoro, delle scorie chimiche, delle malattie da onde elettromagnetiche (cellulari, antenne, ripetitori, cavi elettrici ecc.), delle radiazioni nucleari (dopo Chernobyl e la guerra in Jugoslavia con le bombe a uranio impoverito gettate nell'Adriatico c'è stato un forte aumento delle malattie della tiroide), delle malattie psichiche da stress lavorativo, da mobbing, da rapporti sociali e interpersonali sempre più conflittuali.

Una vera medicina del territorio deve affrontare tutti questi problemi con mentalità aperta, collegandosi a collettivi di quartiere, associazioni ecologiche, a movimenti per una alimentazione più naturale ecc. operanti sul territorio. Tutto questo comporta un profondo sconvolgimento delle relazioni sociali e della cultura dominante che un capitalismo in profonda crisi strutturale non sembra in grado di compiere.

 

 

 

IL CASO WHIRLPOOL

IL CASO WHIRLPOOL

 

 Tempo fa mi era capitato di leggere sul Corriere della Sera un articolo dal titolo alquanto sibillino :&Industria 4.0 :così l'Europa investirà 1.300 miliardi per riprendersi la manifattura&. Nell'articolo si afferma che &non sarà molto importante possedere l'intero ciclo produttivo ma individuare l'anello di quel ciclo in cui si concentra il valore&. Nella sostanza si tratta, per i paesi capitalistici tradizionalmente sviluppati, di recuperare in parte il peso dell'industria nella creazione del valore che dal 1991 ad oggi si è ridotto dall'80% al 60% a favore dei &paesi emergenti&. Tale recupero potrà avvenire utilizzando la digitalizzazione dei sistemi produttivi per dare risposte più rapide alle richieste del mercato. Si dice che &è decisivo per un imprenditore individuare l'anello strategico della catena. Quello che dà più valore aggiunto perchè è in grado di modificarsi più in fretta al mutare delle richieste degli altri attori della filiera produttiva&. Si portano come esempio le stampanti 3D dove il flusso produttivo a un certo punto sparisce, diventa immateriale, software, tornando a diventare oggetto a migliaia di chilometri di distanza, nel laboratorio dell'anello produttivo a valle.

 Una tale rivoluzione produttiva richiederebbe per l'Europa da qui al 2030 un investimento di 90 miliardi di euro all'anno, di cui la Germania conta di spenderne la metà per non perdere il vantaggio accumulato proprio negli anni della crisi in cui l'industria tedesca è stata l'unica a crescere dal 22% al 23% di valore generato. All'Italia toccherebbero investimenti di 15 miliardi all'anno nei prossimi 15 anni e per questo è stata costituita presso i ministeri dell'industria e del tesoro una speciale task force. Si discute se l'intervento pubblico debba essere più importante (come nel modello tedesco) o meno importante (come negli USA) ma comunque sembra che siamo destinati ad assistere, dopo la rivoluzione delle macchine a vapore del 700, dopo quella del fordismo all'inizio del 900 e quella dei robot, a metà del secolo scorso, alla nuova rivoluzione digitale, con un aumento degli addetti all'industria dai 25 milioni del 2011 ai 31 milioni del 2030.

 Quanto detto nell'articolo non dirada la nebbia fitta che avvolgeva la dichiarazione contenuta nel titolo, al limite ci fa capire che anche i capitalisti (o imprenditori) vivono in un loro particolare mondo dei sogni. Tutt'al più ci fa tornare in mente un qualcosa che in altri tempi veniva definita &divisione internazionale del lavoro&. Ma un qualche lume più concreto veniva dato sull'argomento da un'altro articolo del Corriere poco tempo dopo. Il titolo era : &Whirlpool,Electrolux,De Longhi, così cambia l'industria del bianco& e ancora &Cura Fiat per il bianco :meno prodotti, prezzi più alti, ma gli impianti sono troppi&. Nell'articolo si fa riferimento, all'inizio, alla chiusura della fabbrica ex Indesit di Carinaro, vicenda già molto nota in ambito sindacale (proprio nel mese di Luglio è stato firmato un accordo che sostanzialmente rimanda tutte le decisioni al 2018 con il supporto dei vari ammortizzatori sociali e comunque con una perdita di 495 posti di lavoro nello stabilimento di Carinaro).

 Ebbene una dozzina di anni fa, ad esempio, l'Italia era la fabbrica d'Europa in grado di sfornare 30 milioni di pezzi l'anno (oggi siamo scesi a quota 12 milioni) con una produzione decisamente low cost. Nel 2014 si registra da una parte un calo della produzione pari al 2% mentre dall'altra, invece, assistiamo al boom della ricca nicchia dei piani cottura che nel primo trimestre del 2015 aumentano l'export del 16,6%. Contemporaneamente però assistiamo ad un &passaggio epocale& dalle produzioni low cost all' &alto di gamma& (leggi produzione di lusso) prevalentemente rivolta all'esportazione, mentre la produzione &a basso valore aggiunto& è stata trasferita in paesi &a basso costo del lavoro& (Polonia,Bulgaria,Romania). Come esempio di produzione rivolta all'alto di gamma viene citata la Bompani di Modena, marchio storico dei piani cottura, oggi marchio di lusso che esporta il 95% della produzione in Medio Oriente e Australia con una crescita del 30% nel 2015.

 A questo punto possiamo tornare ad occuparci del caso Whirlpool : si tratta di una vertenza definita &dolorosa& dove rischiano il posto di lavoro ben 800 operai in un'area debole del Paese come quella di Caserta (ma con Industria 4.0 i posti di lavoro non dovevano aumentare?). Whirlpool ha deciso di &salvare& lo stabilimento di Siena che impiega circa 400 lavoratori per fabbricare banchi frigorifero come quelli utilizzati per i gelati. Si tratta di un prodotto &a basso valore aggiunto& per un impianto che però era saturato solo al 50%. Però mentre Indesit non produceva direttamente i banchi frigorifero ma li acquistava da paesi a basso costo del lavoro, in prevalenza in Turchia, Whirlpool non importa più dalla Turchia e passa la produzione allo stabilimento di Siena che così passerà dal 50% al 65%-70% di saturazione diventando competitivo. In una logica capitalistica quando gli impianti sono saturati come sta avvenendo a Siena, anche una produzione &a basso valore aggiunto& può diventare redditizia, (almeno per qualche anno, sottolineatura nostra).

 Seguendo la stessa logica lo stabilimento di Carinaro dove si producono piani cottura e frigo destinati all'incasso, produzioni quantitativamente modeste per una fabbrica dove, secondo Whirlpool, lavorerebbe a pieno ritmo solo il 50% della manodopera deve essere chiusa, concentrando la produzione in altri stabilimenti come Fabriano nelle Marche o Cassinetta in provincia di Varese.

 Altre industrie come De Longhi, numero uno nazionale nei piccoli elettrodomestici, o Candy hanno preferito delocalizzare negli stabilimenti esteri (Cina, Romania) mantenendo in Italia solo alcune produzioni ad altissimo valore aggiunto, come in particolare De Longhi che ha accentrato a Treviso la sola produzione di macchine per il caffè di alta gamma destinate per il 95% all'export. Queste delocalizzazioni naturalmente mettono a rischio la sopravvivenza dell'indotto, cioè quel ricco tessuto di fornitori piccoli e medi che sino ad oggi hanno fatto la fortuna del comparto. Tuttavia anche qui c'è qualche (raro) esempio di indotto più dinamico (viene citata la OLS 45 dipendenti e un fatturato fra i 5 e i 6 milioni specializzata negli evaporatori, componente essenziale per produrre il freddo nei frigoriferi).

 In conclusione il settore dei piani di cottura e il settore lavaggio ad &alto valore aggiunto& sono quelli che tirano (per il settore laundry una lavasciuga &alto di gamma& in grado di lavare 9 chili di biancheria, che consuma poco e può durare fino a 10 anni costa 1.500 euro invece dei 299 euro del modello low cost). Il dubbio, per quanto riguarda l'Italia, è se riuscirà a entrare nei paesi con industria &ad alto valore aggiunto& o scivolerà nei paesi &a basso costo del lavoro e a basso valore aggiunto&, cioè in concorrenza con Romania, Polonia ecc. oppure rimarrà un mix delle due possibilità, come oggi di fatto è.

IL  CASO  ELECTROLUX.

Nel giorno di Ferragosto la Electrolux di Susegana (TV) ha deciso di introdurre il lavoro a chiamata, non in una zona del caporalato pugliese (dove peraltro pochi giorni prima di Ferragosto è morta di lavoro una bracciante di 49 anni, italiana, per un salario giornaliero di 27 euro) ma in una azienda di oltre mille dipendenti e nel ricco (?) Veneto. All'appello hanno risposto 101 operai per un misero compenso di 70 euro, ma si sa oggi il lavoro costa poco e ci si deve accontentare...Uno degli operai era reduce da una malattia di tre settimane e aveva subito una trattenuta di 1000 euro sulla busta paga (!!!), qualcuno aveva una rata del mutuo da pagare, qualcun'altro, alla vista dei cronisti, si copriva la faccia per la vergogna...Il tutto per produrre 400/500 frigoriferi &Cairo&, il modello di alta gamma di successo che ha risollevato le sorti dello stabilimento. Su una produzione annuale di 800 mila frigoriferi non sembra che la chiamata sia stata determinata da impellenti urgenze produttive. Probabilmente il management voleva far pesare il suo comando sulla vile forza-lavoro. Alcuni delegati sindacali FIM e FIOM, esclusi e scavalcati dall'iniziativa dell'azienda, ipotizzano che si sia trattato di una prova per &vedere quanta gente rispondeva, per sapere domani quanti diranno sì al lavoro anche senza gli accordi sindacali&. Una specie di laboratorio per un futuro senza contratti collettivi e con un rapporto individuale fra azienda e singolo lavoratore. Può darsi. Ma d'altra parte i sindacati avevano già firmato i contratti di solidarietà e gli straordinari per tutti i sabati di giugno,luglio e agosto. Forse, se interpellati, avrebbero firmato anche per il lavoro a Ferragosto. Quindi...chi semina vento raccoglie tempesta.

INDUSTRIA  4.0 ?

Ancora in Settembre il Corriere della sera ritorna sull’argomento con un articolo dal titolo pomposo : “La quarta rivoluzione industriale”. Secondo l’autore sarebbe ora di portare Internet nelle fabbriche. “ Che non vuol dire consentire agli operai di usare Facebook o WhatsApp durante l’orario di lavoro” (ci mancherebbe altro !!!). Si tratta di qualcosa di molto più serio e cioè “ripensare le fabbriche con il digitale”.

I grandi cambiamenti ipotizzati sono sostanzialmente quattro : 1) ripensare il modo in cui gli oggetti vengono progettati (su un computer, ovviamente), i primi prototipi realizzati con una stampante 3D per esempio ; 2) la catena di montaggio monitorata in tempo reale per prevenire guasti tecnici (con dei sensori, molto spesso) ; 3) i prodotti distribuiti e seguiti nel loro viaggio fino al punto vendita (con dei semplici bollini a radio frequenza, per intenderci) 4) e i comportamenti dei consumatori analizzati in tempo reale (attraverso quello che dicono sui social network, di solito : una messe di dati che servono a capire il gradimento effettivo, eventuali criticità e quindi ricominciare il giro, progettando nuovi prodotti).

Al termine della lettura non possiamo non provare un senso di profonda delusione. Gli ultimi due punti non interessano la produzione, ma riguardano piuttosto la circolazione delle merci e non mi sembrano, in prima approssimazione, cose nuovissime. Gli analisti di marketing lo fanno già da tempo. Il monitoraggio della catena di montaggio con dei sensori, per prevenire i guasti, consente certamente una maggiore capacità di utilizzo e saturazione degli impianti e quindi un risparmio, anche notevole, sui costi di produzione, ma è comunque marginale rispetto al funzionamento della catena di montaggio stessa, che infatti, nell’ipotesi prima descritta viene data come già esistente. Niente di paragonabile dunque alle rivoluzioni tecnologiche del passato, per intenderci, all’introduzione della macchina a vapore, alla catena di montaggio fordista o alla sostituzione di lavoro vivo con i robot.

Passiamo quindi alle stampanti 3D, che sembrano la novità più importante nel campo della produzione. Se parliamo della progettazione o della realizzazione di prototipi “con tempi e costi infinitamente ridotti rispetto al passato”, siamo ancora in una fase precedente alla produzione, anche se tutto ciò consente una riduzione dei costi di produzione, come già detto. Se parliamo invece della “realizzazione di componenti complessi finiti”, allora occorre passare a degli esempi concreti. Nell’articolo in questione si parla, in modo piuttosto vago, di produzione di “parti dei motori degli aeroplani … già fatte così e nel 2020 General Electric prevede di realizzare 100 mila pezzi l’anno in questo modo” (il numero dei pezzi prodotti mi sembra piuttosto basso se, come abbiamo visto, Electrolux produce 800 mila frigoriferi l’anno con i metodi tradizionali). Si accenna poi al fatto che, “secondo un recente studio di Prometeia, l’effetto delle stampanti 3D sulle piccole imprese artigiane vale una crescita record del fatturato, stimata attorno al 15 per cento” (dal che si potrebbe dedurre che la “rivoluzione” delle stampanti 3D possa interessare un indotto di produzione in piccola serie o quella di prodotti di nicchia o di lusso, piuttosto che la grande produzione di massa in grande serie).

Ancora sulle stampanti 3D vorrei segnalare un caso che potrebbe sembrare una curiosità. Dalle parti di Ravenna la società chiamata Wasp (in inglese “vespa”) “ha realizzato la stampante 3D più grande del pianeta: è alta dodici metri, base sette, e dicono che servirà per costruire case a basso costo. Stamparle per l’esattezza. Soprattutto nei paesi poveri”. La stampante si presenta come “una strana torre metallica che ricorda i ponteggi dei palazzi, si chiama GigaDelta ed è stata presentata al mondo al Maker Faire di Roma a metà ottobre. All’insegna del fatto “che farsi una vera casa debba poter essere un diritto per tutti” il team di Wasp ha indirizzato la sua ricerca “verso la possibilità di stampare uno strano miscuglio di argilla e paglia … Lo vedremo presto in Sardegna, nel Sulcis, dove è appena arrivata una stampante che presto inizierà a miscelare terra e paglia per vedere se ne esce una casa abitabile”. (sic). Francamente non pensavo che una macchina ultramoderna potesse riportare in auge la tecnica usata per costruire i tucul (con tutto il rispetto per i tucul naturalmente). Per inciso la stampante 3D Giga Delta, presentata al Maker Faire di Roma, è stata riciclata come “un oggetto che ha le potenzialità per ricreare anche opere di valore inestimabile andate perdute” come quelle del sito archeologico di Palmira in Siria, recentemente distrutte dai miliziani dell’ISIS, dopo essere stata già impiegata per realizzare delle copie dei famosi calchi di Pompei. Il progetto per ricostruire in scala reale alcuni degli antichi manufatti distrutti in Siria e Iraq è curato dall’ Associazione “Incontro di Civiltà” presieduta da una vecchia conoscenza come l’ex ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli, ma comunque mi sembra più sensato utilizzare la stampante nel settore culturale piuttosto che produrre “case” dal diametro sei x sei con un impasto di argilla e paglia.

Per concludere mi sembra che la tanto sbandierata “quarta rivoluzione industriale” interessi settori piuttosto marginali della catena produttiva e della circolazione delle merci e che la auspicata “rivoluzione digitale” (altrimenti denominata “fabbrica intelligente”), dopo aver già prodotto profondi sconvolgimenti nella divisione internazionale del lavoro come già detto, non sia in grado di indurre quello straordinario incremento della produttività del lavoro e quindi del plusvalore relativo necessario per una generale crescita del sistema economico. E neanche di stimolare la nascita di nuovi settori produttivi capaci di creare nuovi posti di lavoro, nuovi profili lavorativi e nuove professioni.

                                                                                    N O T E

Paolo Griseri : Industria 4.0 : così l’ Europa investirà 1.300 miliardi per riprendersi la manifattura in Corriere                della Sera del 13 Aprile 2015

Giorgio Lonardi : Whirlpool, Electrolux, De Longhi così cambia l’industria del bianco in Corriere della Sera del 27 Aprile 2015

Paolo Griseri : Ferragosto in fabbrica “Al lavoro anche oggi per fare 400 frigoriferi in Corriere della Sera del 17 Agosto 2015

Riccardo Luna : La quarta rivoluzione industriale in La Repubblica del 9 Settembre 2015

Riccardo Luna : E’ italiana la super stampante 3D “Sfornerà case a basso costo” in La Repubblica del 15 Settembre 2015

Anna Lombardi : La stampante che farà rinascere l’arte distrutta in La Repubblica del 19 Ottobre 2015

Le considerazioni finali fanno riferimento alle affermazioni contenute nell’articolo di Umberto Paolucci : La disoccupazione crescente : un problema senza soluzione in D emme D’  n. 7 – Luglio 2013, relative alla prima rivoluzione industriale, quella delle macchine a vapore.

                     

 

 

 

Lavoro improduttivo e crisi del capitalismo.

LAVORO IMPRODUTTIVO E CRISI DEL CAPITALISMO.

In un articolo apparso su Terzapagina.eu l’analista russo V. K. Ivanov pone il seguente problema : il plusvalore si crea anche in attività lavorative di prestazione di servizi ? (1) Detto in altri termini, il lavoro svolto in una attività di servizio è produttivo dal punto di vista capitalistico ? Parliamo naturalmente in questo caso non della produttività sociale in generale ma della produttività specificamente capitalistica, cioè della produzione/estrazione di plusvalore da un lavoro determinato.

La lettura di questo testo mi ha riportato alla mente i dibattiti che si svolgevano sullo stesso argomento verso la fine degli anni 70. In quel periodo le lotte degli operai di fabbrica erano in declino ma apparivano sulla scena nuovi movimenti. Le lotte degli insegnanti nella scuola, degli infermieri negli ospedali, dei lavoratori dei trasporti segnalavano il manifestarsi di nuove figure di lavoratori salariati che lottavano per rivendicazioni simili a quelle degli operai in un crescente processo di proletarizzazione. Cominciavano a nascere allora le prime teorizzazioni sulla “società dei servizi” o sul “terziario avanzato” oppure ancora sull’ “operaio sociale”. Notevoli a questo proposito sono le inchieste e le analisi sviluppate nella rivista “Primo Maggio” soprattutto sui lavoratori dei trasporti che segnalavano l’enorme importanza assunta dal trasporto delle merci in seguito al decentramento produttivo, già allora in corso ; un settore che avrebbe avuto in seguito un enorme sviluppo con il nome di “logistica”. Si cominciava anche a porre il problema della produzione “immateriale”, forse con qualche estremizzazione di troppo, tant’è vero che qualcuno si era spinto a ritenere, ad esempio, che il settore delle assicurazioni producesse una merce immateriale chiamata “sicurezza” !

Comunque l’analista russo citato all’inizio risponde alla domanda che si era posto nel senso “che qualsiasi lavoratore assunto dal capitalista affinchè gli venda la propria forza lavoro, crea plusvalore indipendentemente dal fatto che produca merci o servizi”. A sostegno della sua tesi Ivanov cita il noto passo in cui Marx dice  che “un sarto che va dal capitalista e gli cuce un paio di pantaloni a domicilio, creando per lui solo valore d’uso, è un lavoratore improduttivo” in quanto scambia il suo lavoro con reddito, mentre lo stesso sarto che viene assunto da un capitalista in una fabbrica di tessuti scambia il suo lavoro con capitale (variabile) e dunque diventa produttivo di plusvalore (o altri esempi simili relativi a una cantante, un attore, un clown ecc.). Ora se ai tempi di Marx, come egli stesso dice, “le manifestazioni della produzione capitalistica in questa sfera (dei servizi) erano così insignificanti da poter essere tranquillamente trascurate”, ai nostri tempi l’aumento della domanda di servizi ha fatto si che “anche questa sfera del lavoro è stata interamente conquistata dal capitale, per cui non possiamo più trascurarla”.

Stando così le cose, però, le tesi dell’analista russo rischiano di diventare un esempio di come una lettura troppo riduttiva o semplificata dei testi marxiani possa portare ad errori, anche gravi, nella interpretazione della realtà in cui ci troviamo immersi. Infatti, nonostante egli ammetta che “la sfera della produzione immateriale si sviluppa sulla base della produzione materiale, e in questa trova determinati limiti alla sua espansione. La produzione materiale è il fondamento” però aggiunge subito dopo  che “eppure  la produzione  capitalistica si va  spostando sempre di più dalla

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sfera materiale a quella immateriale, cioè alla produzione di servizi”. Stando così le cose se ne potrebbe dedurre che il capitalismo si trovi in una fase di grande sviluppo ed espansione. Come, del resto, si favoleggiava nei ruggenti anni 80.

Ma forse non è proprio così. Una interpretazione più complessa della teoria marxiana in proposito ci viene fornita da Loren Goldner nel suo libro sul capitale fittizio (2). Secondo questo autore le analisi contenute nei primi due libri del Capitale di Marx si riferiscono a un modello astratto di società, dove esistono solo capitalisti e proletari ; un modello che chiaramente non esiste nella realtà, ma che era necessario per portare la critica della società capitalistica al suo più alto livello di astrazione. Successivamente però è prevalsa una diffusa lettura riduzionista del Capitale che ha perso completamente di vista la distinzione fra il capitale individuale e il capitale sociale complessivo. “Quello che è localmente vero per un capitale individuale può non essere necessariamente vero a livello dl capitale sociale totale”. Goldner sostiene quindi che “il modello dei volumi  I e II (del Capitale) presume la riproduzione semplice, cioè nessuno sviluppo delle forze produttive” mentre il quadro si presenta totalmente diverso quando dalla riproduzione semplice si passa alla riproduzione allargata capitalistica (cosa che Marx tentò di fare nell’ultima parte del  II  e nel  III  volume).

Per tornare quindi al nostro argomento si può considerare produttivo in senso capitalistico il lavoro il cui prodotto entra materialmente (come valore d’uso) nella riproduzione allargata del capitale, o come mezzo di produzione (sezione I) o come mezzo di consumo/sussistenza per la riproduzione della forza lavoro (sezione II), vale a dire nelle condizioni materiali dell’accumulazione. Prendiamo ad esempio la produzione di armi : questo tipo di produzione procura certamente un profitto al capitalista singolo che le produce ma, non rientrando sicuramente nella  I o II sezione, è destinato ad essere consumato improduttivamente dal punto di vista del capitale sociale complessivo. Inoltre la produzione di armi viene quasi interamente comprata dallo stato e quindi viene scambiata con reddito. E’ noto che la spesa pubblica statale, messa in campo nei periodi di crisi dalle politiche keynesiane di sostegno della domanda, non produce plusvalore per il capitale sociale complessivo ma è una specie di scommessa sul futuro. Sia che provenga dalle entrate fiscali o dal debito pubblico, la spesa in deficit di oggi dovrà essere ripagata con i profitti (privati) e con i salari di domani, ammesso che riparta in maniera sufficiente l’accumulazione capitalistica, cosa che non è del tutto sicura (3).

Tuttavia esiste una parte della spesa pubblica che potrebbe rientrare nei costi di riproduzione della forza lavoro, ai livelli storicamente determinati, come l’istruzione, la sanità pubblica, i trasporti pubblici, le pensioni ecc. Se non ricordo male negli anni 90 alcuni economisti tedeschi tentarono l’impresa, molto difficile e complessa, di calcolare quantitativamente la percentuale di spesa pubblica che poteva rientrare nei costi di riproduzione della forza lavoro, altrimenti detta salario indiretto o sociale. Si potrebbe pensare, seguendo questo ragionamento, che un lavoratore della scuola o della sanità pubblica eroghi almeno una parte del proprio lavoro in maniera produttiva, ma rimane il fatto che  anche in questo  caso il  lavoro viene  comunque scambiato con

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salario (sociale) e non con capitale. Come dice Goldner “il dibattito sociologico che tenta di determinare chi, fra gli operai presi individualmente, può essere ritenuto come produttivo è dunque puramente accademico”. Il concetto di lavoro produttivo o improduttivo nel modo di produzione capitalistico rimane un concetto eminentemente astratto, riferito al lavoro in generale, e non al singolo lavoratore, e a una entità ugualmente astratta come il plusvalore. Ciò non esclude comunque che nella dialettica astratto/concreto e concreto/astratto questo concetto possa darci delle indicazioni sulle tendenze in atto nella società capitalistica, sulla crisi e sulla composizione di classe.

In ogni caso, ritornando alla spesa pubblica, è evidente che nei periodi di crisi come quello in cui ci troviamo, nel contesto di una sua generale riduzione, vengono privilegiati i capitoli di spesa relativi ad armamenti, sicurezza, forze di polizia, repressione, grandi opere (inutili come la TAV) a scapito di quelli relativi al welfare state, nel quadro di una generale riduzione dei salari dei lavoratori. Ad ogni modo, se è vero che la spesa statale (a tutti i livelli) è intorno al 40% del PIL degli Stati Uniti, se ne può dedurre la grande quantità di lavoro improduttivo che si nasconde dietro questo dato. Se poi aggiungiamo il lavoro del settore che, negli Stati Uniti, chiamano FIRE (finanziarie, banche, assicurazioni, agenzie immobiliari ecc.) legato alla circolazione del capitale monetario, e la produzione di beni di lusso, possiamo capire l’estensione impressionante del lavoro improduttivo nell’odierna società capitalistica.

In conclusione, nell’interpretazione di Goldner, “una cantante lirica o un insegnante di liceo privato considerati dal punto di vista del capitale individuale sono lavoratori produttivi, ma, dal punto di vista del capitale complessivo, le cose stanno del tutto diversamente, ed è là che la forma materiale specifica diventa decisiva, secondo che essa è capace o no di allargare la riproduzione”. Ed infine, e questo è importante, “la produzione di carri armati, come quella dei beni di consumo usati dagli impiegati statali, sono, nella loro forma concreta, deduzioni dal plusvalore (complessivo), non formano un suo accrescimento”.

Un’analisi puntuale dell’argomento di cui ci occupiamo è contenuta in un opuscolo uscito dalle Edizioni Prometeo (4). Nell’interpretazione di questi compagni “all’interno del modo capitalistico di produzione è produttivo quel lavoro salariato che, scambiandosi con la parte variabile del capitale, riproduce questa parte e in più un plusvalore per il capitalista rappresentato in un plusprodotto e quindi in un incremento addizionale di merci vendibili con un profitto per l’imprenditore all’interno del ciclo di valorizzazione D-M-D’”. Si può quindi definire come lavoro produttivo quello di un insieme di lavoratori salariati, sia manuali che intellettuali (ingegneri, tecnici ecc.) che, con differenti capacità lavorative e mansioni, produce come risultato finale di un processo complessivo una merce o un altro prodotto materiale.

Diversa è la condizione di coloro che scambiano il proprio lavoro direttamente con reddito, con profitto o con salario, senza che il loro lavoro produca capitale. Questo tipo di lavoro viene comprato come attività, valore d’uso, come servizio utile al soddisfacimento di un bisogno e quindi

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si esaurisce nello svolgimento di questa attività senza tradursi in produzione di merci. Dal punto di vista capitalistico questo lavoro, pur rappresentando esso stesso una merce vendibile sul mercato, è lavoro improduttivo di capitale, rimane nell’ambito della circolazione mercantile semplice M-D-M. Questi lavoratori improduttivi non ottengono gratuitamente la loro porzione di reddito, la loro partecipazione alle merci prodotte dal lavoro produttivo ; nella grande trasformazione di ogni prodotto e di ogni forma di lavoro in merce tutte le funzioni e attività si trasformano in lavoro salariato ma, per quanto detto prima, un lavoratore può essere operaio salariato senza per questo essere lavoratore produttivo.

Questo operaio, o lavoratore intellettuale, è bensì un consumatore di plusvalore già esistente, già circolante nella società, rimane, con le altre forme di reddito (profitto destinato al consumo del capitalista, rendita, interesse) un mezzo per consumare e non per produrre il plusvalore, complessivamente proveniente dallo sfruttamento della forza lavoro nei processi di produzione di merci materiali. Per quanto riguarda la produzione immateriale essa può anche tradursi in merci che hanno una esistenza indipendente dal produttore (libri, quadri, oggetti d’arte o più recentemente CD, DVD ecc.) ma nella maggior parte dei casi essa non è separabile dall’atto del produrre.

Nel testo in questione è contenuto il seguente esempio : “un impresario che opera nel settore dello spettacolo organizza un concerto. Egli realizza un incasso proveniente dalle tasche degli spettatori (professionisti, commercianti, salariati ciascuno con un proprio reddito) e, dopo aver pagato la famosa cantante, l’orchestra, l’affitto del locale ecc. gli rimane un guadagno che può essere considerato il suo profitto. Il lavoro che egli ha impiegato può essere considerato “produttivo” di profitto per il singolo capitalista, ma poiché è stato scambiato con reddito non può essere considerato produttivo di plusvalore”. Quello che si è realizzato in questo caso è uno spostamento di plusvalore e non una sua produzione e lo stesso si potrebbe dire per il lavoro di insegnanti, medici, artisti ecc. Fermo restando che comunque in questa “compera di servizi” il singolo capitalista ha comperato del lavoro per ottenere più valore di scambio di quello che costa.

Per quanto riguarda i “servizi alle imprese” (amministrazione, credito, pubblicità, marketing, elaborazione e trasmissione dati, pulizia ecc.) essi erano tradizionalmente considerati “costi aggiuntivi” o “spese generali” quando erano svolti da lavoratori salariati dell’azienda stessa. I costi di questi servizi si trasferivano direttamente sul valore della merce senza per questo produrre plusvalore. Il fatto che questi servizi siano stati, in grande maggioranza, esternalizzati nell’ambito del moderno processo di terziarizzazione non muta il carattere di “costi generali” del lavoro svolto nelle nuove aziende di servizio. Caso mai gli imprenditori che operano in questo settore devono intensificare lo sfruttamento della forza lavoro che impiegano per ridurre i suddetti costi e quindi ricavare un loro profitto personale. In questa sede non c’è il tempo né lo spazio per indagare sulla rete di appalti e subappalti che questo processo genera, nella generale concorrenza di tutti contro tutti, e sul progressivo degrado del lavoro e del prodotto che ne consegue, ma i termini generali della tendenza mi sembrano abbastanza chiari.

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Gli autori dell’opuscolo sopra citato prendono in considerazione poi il capitale commerciale e tutto il lavoro che viene impiegato nel commercio. Qui siamo in presenza di “mutamenti di forma del capitale da merce in denaro e da denaro in merce” cioè di un processo di circolazione del capitale, necessario comunque per la realizzazione del plusvalore. Tutto ciò “costa tempo e forza lavoro, ma non per creare valore, bensì per produrre la conversione del valore da una forma nell’altra”. I costi di circolazione delle merci non aggiungono nuovo sostanziale valore alle merci stesse e il capitale sborsato per la loro circolazione appartiene ai costi improduttivi ma necessari alla riproduzione allargata capitalistica. Il capitale commerciale è comunque una parte del capitale monetario complessivo, una parte del capitale anticipato per la produzione, quindi il processo complessivo di riproduzione allargata comprende anche il processo della vendita-consumo delle merci, mediato dalla circolazione, in cui il capitalista commerciale si appropria di una parte del plusvalore già contenuto nelle merci. Chiaramente il capitalista commerciale immette nei processi di circolazione una quantità di valore inferiore – nella forma di denaro – di quella che poi ne estrarrà, ma questo avviene perché ciò che viene introdotto nella circolazione in forma di merce è già comprensivo di una quantità maggiore di valore. Il saggio medio del profitto viene calcolato in base al capitale produttivo totale aggiungendo ad esso il capitale commerciale. Il capitalista industriale, il “produttore” diretto non vende al commerciante le merci al loro prezzo di produzione, ossia al loro valore, ma a un prezzo inferiore. Avremo quindi un effettivo prezzo della merce che è uguale al suo prezzo di produzione aumentato del profitto mercantile (commerciale). Il prezzo di vendita del commerciante è superiore a quello di acquisto di una data merce perché il prezzo di acquisto è stato inferiore al valore totale della merce. In questo modo il capitalista commerciale partecipa alla ripartizione del profitto complessivo e se ne appropria con il lavoro non pagato dei suoi lavoratori.

Un discorso a parte va fatto per l’attività di trasporto, spedizione, magazzinaggio delle merci, cioè per quel settore che ha preso il nome di “logistica”, di grande importanza oggi, come testimoniano le lotte operaie che si stanno sviluppando su questo terreno. Alcuni autori ritengono che il lavoro per il trasporto delle merci dal luogo di produzione al mercato debba essere considerato ancora un momento, dal punto di vista economico, della produzione stessa. In effetti il ramo dei trasporti si è nel tempo trasformato in una vera e propria industria, costituisce un ramo industriale distinto dal commercio. Questo trasporto cioè eleva il valore del prodotto in quanto viene richiesto un impiego supplementare di lavoro. Tuttavia i compagni di Prometeo ritengono che “in questo particolare settore di attività viene investito del capitale produttivo il quale aggiunge valore ai prodotti trasportati solo attraverso il trasferimento del valore dei mezzi di trasporto più l’aggiunta di valore mediante il lavoro necessario al trasporto. La merce aumenta il suo valore solo in modo addizionale, aggiungendo cioè al costo della produzione le spese di trasporto (mezzi di trasporto e forza lavoro) più il profitto che il capitalista impegnato in questo settore realizza mediante il plusvalore che il pluslavoro degli operai impiegati in quella attività ha creato”. In questo modo quindi l’industria dei trasporti si pone in una situazione intermedia fra processo di produzione e processo di circolazione, ma in essa non viene prodotto nuovo plusvalore.

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Si potrebbe continuare all’infinito con gli esempi tratti dalla vita reale ma penso, con questo scritto, di aver fornito una introduzione all’argomento meritevole di maggiore approfondimento mediante una inchiesta condotta sul campo, soprattutto per quanto riguarda le nuove occupazioni, e di essere corredato da dati empirici, peraltro difficili da reperire (5). Tuttavia penso che si possa, già a questo livello, trarre alcune conclusioni preliminari.

Da almeno tre decenni ormai, quanto meno nel mondo occidentale capitalisticamente avanzato, l’aumento della domanda di servizi da una parte e la ricerca di nuove fonti di profitto dall’altra, hanno portato a una estensione senza precedenti dei rapporti di produzione capitalistici a quasi tutti i settori della riproduzione sociale. Nella generale trasformazione di ogni produzione in produzione di merci ognuno aspira a diventare “trafficante di merci”, dalla badante al pony, dal pubblicitario all’informatico, e i capitali individuali trovano in tutto questo nuove occasioni di valorizzazione. In questo processo sempre più ampio, sempre nuove forme di lavoro vengono attratte nella sfera del lavoro salariato, cioè vengono inglobate (sussunte) sotto i rapporti di produzione capitalistici, anche se una parte di questi viene rappresentato formalmente come “lavoro autonomo”, che vende cioè il proprio prodotto, materiale o immateriale che sia, al capitalista di turno. Tuttavia, come abbiamo visto, se in questo tipo di attività il singolo capitalista riesce a realizzare un suo profitto individuale, la stessa cosa non si può dire per il capitale sociale in generale. Infatti la maggior parte di questi lavori definiti capitalisticamente improduttivi vengono pagati da profitti, rendite o salari provenienti dai settori produttivi di merci, o dalla spesa pubblica, e quindi costituiscono una sottrazione o uno spostamento o un consumo improduttivo della grande massa di plusvalore prodotto a livello mondiale. Quindi l’estensione dei rapporti capitalistici a quasi tutta la sfera della riproduzione sociale che va sotto il nome di “società dei servizi” è, da una parte, una necessità per l’espansione del capitale, ma rappresenta, allo stesso tempo, un freno alla sua riproduzione allargata in seguito al consumo improduttivo di plusvalore sottratto agli investimenti produttivi. L’espandersi della “società dei servizi”, quindi, e del lavoro improduttivo ad essa legato, può essere quindi legittimamente considerato uno dei fattori, insieme allo sviluppo abnorme del capitale finanziario, dell’attuale crisi strutturale del capitalismo o, se volete, del declino del modo di produzione capitalistico. Siamo arrivati quindi a una conclusione, rovesciata rispetto a quella da cui eravamo partiti, che può sembrare paradossale, ma che, per chi è abituato a considerare le cose da un punto di vista dialettico, non lo è.

Ho parlato prima del plusvalore prodotto a livello mondiale per sottolineare il fatto che l’aumento del lavoro improduttivo ha prodotto i suoi effetti sulla divisione del lavoro non solo a livello delle singole nazioni capitalistiche ma, forse soprattutto, a livello mondiale, ivi compresa la divisione, fondamentale nel modo di produzione capitalistico, fra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Fanno parte di questa divisione le differenziazioni che si creano continuamente fra nazioni o aree più portate alla produzione di merci e altre in cui si concentra il know-how tecnologico con le conseguenti migrazioni di forza lavoro manuale o dei “cervelli” da un luogo all’altro del pianeta.

 

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Per quanto riguarda gli effetti di tale divisione del lavoro sulla composizione di classe, molto opportunamente Emilio Quadrelli, in un suo recente lavoro (6) fa riferimento all’estraneità, o anche allo scontro, verificatisi sul campo fra i protagonisti della rivolta nelle “banlieues” parigine nel novembre 2005 e quelli del movimento anti CPE nelle università di Parigi pochi mesi dopo. I primi costituirebbero le nuove figure del proletariato metropolitano, precario e dequalificato, la cui condizione è assimilabile a quella delle masse subordinate dell’ex terzo mondo, mentre i secondi rappresenterebbero quel “lavoro cognitivo” che ha ancora qualcosa da perdere nell’approfondirsi della crisi capitalistica (7). Questi ultimi temi, appena accennati, meritano comunque di essere ripresi e sviluppati in un prossimo futuro.

                                                                                     Visconte Grisi

N O T E.

1) V. K. Ivanov – Il plusvalore. in Terzapagina.eu n. 5 del 12/9/2010. Vedi www. youblisher.com/p/63487-TerzaPagina-IL-PLUSVALORE/. Traduzione dal russo di Stefano Trocini.

2) Loren Goldner – Capitale fittizio e crisi del capitalismo – Edizioni PonSinMor – 2007.

3) Per un approfondimento su questa tematica vedi : Visconte Grisi – Welfare State – Collegamenti woobly nuova serie n. 9 – gennaio giugno 2006.

4) Lavoro produttivo e improduttivo nel modo di produzione capitalistico – Edizioni Prometeo – Supplemento a Prometeo  n. 4 – novembre 2010.

5) Per un esempio di inchiesta sul campo vedi l’intervista : Un lavoro postmoderno - in Sindacalismo di Base – luglio 2000.

6) Emilio Quadrelli – Cogliere l’occasione ! – Supplemento a Contropiano – Associazione Marxista Politica e classe – 2011.

7)  Per una descrizione cronologica documentata degli avvenimenti parigini vedi : Filippo Argenti – I giorni del rifiuto – Edizioni Tempo di ora – novembre 2006. In questo testo è contenuta una dichiarazione dell’allora Ministro degli Interni francese Nicolas Sarkozy del 12 marzo 2006 : “Se si verificasse un collegamento tra studenti e banlieues, tutto sarebbe possibile. Compresa un’esplosione generalizzata e una spaventosa fine di legislatura”. Così, purtroppo, non è stato, almeno per ora.

                                                                                         

   

Lavoro improduttivo e composizione di classe.

LAVORO IMPRODUTTIVO E COMPOSIZIONE DI CLASSE.

In un articolo apparso sul numero precedente della rivista, a cui rimandiamo, abbiamo tentato di dimostrare, partendo da un punto di vista eminentemente oggettivo, come l’enorme diffusione del lavoro improduttivo, dal punto di vista del sistema capitalistico, tipico della moderna “società dei servizi”, costituisca “una sottrazione o uno spostamento o un consumo improduttivo della grande massa di plusvalore prodotto a livello mondiale”, e quindi, in ultima analisi, “uno dei fattori, insieme allo sviluppo abnorme del capitale finanziario, dell’attuale crisi strutturale del capitalismo”. Si può discutere all’infinito sul carattere produttivo o improduttivo dei singoli lavori concreti, propri della divisione capitalistica del lavoro, soprattutto in alcuni “settori di confine” come quello dei trasporti e della logistica, ma tale discussione non altera, a mio avviso, l’assunto di fondo sopra descritto. Detto in altri termini si potrebbe anche sostenere che i costi necessari al mantenimento del sistema capitalistico sono diventati così elevati da rappresentare, allo stesso tempo, un freno all’accumulazione del capitale e quindi alla sua riproduzione allargata, contribuendo così al declino del modo di produzione capitalistico.

Mi viene in mente, a questo punto, una citazione da P. Baran, secondo cui “il lavoro improduttivo consiste in tutto il lavoro necessario per produrre beni e servizi la cui domanda è attribuibile alle condizioni specifiche e al sistema di relazioni propri del capitalismo e che non esisterebbe in una società più razionalmente organizzata”.(1) Non è molto chiaro cosa Baran intenda per “società più razionalmente organizzata”, ma è evidente dal contesto che egli si riferisce a quelli che, nella sua analisi, definisce gli “sprechi” e le “distorsioni” che si manifestano nel “capitalismo monopolistico”. Ma su questo punto si potrà tornare in seguito.

Ora però è necessario riconsiderare il problema del lavoro produttivo e improduttivo, esaminandolo, questa volta, dal punto di vista soggettivo, cioè negli effetti che esso produce sulla divisione sociale del lavoro a livello mondiale e sulla composizione di classe. Per fare ciò è opportuno, a mio avviso, inserire una ipotesi di lettura in un contesto storico determinato.

Negli anni 60-70 del secolo scorso l’estensione dei rapporti di produzione capitalistici a quasi tutti i settori della riproduzione sociale determinava un allargamento senza precedenti del lavoro salariato a strati di popolazione fino ad allora solo marginalmente coinvolti nei rapporti sociali capitalistici. Un processo, che allora venne chiamato di salarizzazione o proletarizzazione dei ceti intermedi, che coinvolgeva studenti, tecnici, impiegati, insegnanti, ospedalieri, lavoratori della grande distribuzione ecc., la cui condizione di vita e di lavoro si avvicinava sempre più a quella del tradizionale proletariato di fabbrica, anch’esso del resto in grande crescita in quel periodo, sia numericamente che come influenza sociale. Si può dire quindi che le lotte dei salariati, che presero allora l’avvio, come quella degli ospedalieri, o la famosa parola d’ordine della “alleanza operai-studenti-tecnici” poggiassero su solide basi strutturali e materiali, piuttosto che su basi ideologiche, come qualcuno ha sostenuto.(2)

Intorno alla metà degli anni 70 la situazione cambia rapidamente e radicalmente. L’esplodere della crisi economica capitalistica, che poi si protrarrà fino ai nostri giorni, innesca i processi di ristrutturazione nelle grandi fabbriche, decentramento produttivo, delocalizzazione degli impianti, outsourcing, che portano rapidamente a licenziamenti di massa, riduzione drastica del proletariato di fabbrica e al formarsi di un vasto esercito industriale di riserva, flessibile e precario, che venne allora identificato come “proletariato giovanile” o come un “nuovo soggetto sociale”, individuabile attraverso la pratica di comportamenti antagonistici e di forme di lotta sul territorio, inedite rispetto a quelle del proletariato di fabbrica, che andavano sotto il  nome di “illegalità diffusa” o  “di massa”. A metà degli  anni  70 quindi la  questione  della

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“ricomposizione di classe proletaria” si poneva nei termini della risoluzione pratica della contraddizione fra proletariato di fabbrica e proletariato diffuso sul territorio, ben al di là quindi della parodia pcista sulla divisione “garantiti-non garantiti” o sulla “seconda società”.

Un tentativo in tal senso può essere considerata la proposta di coordinamento operaio elaborata negli ultimi mesi del 1976 dai Collettivi politici operai (C.P.O. – Rosso) e dal P.C.m.l. (La Voce Operaia) con l’adesione dei Comitati comunisti per il potere operaio (Senza Tregua) e del Comitato Comunista m.l. di unità e lotta. Nella bozza di piattaforma presentata nell’occasione l’elemento fondamentale della crisi economica veniva individuato nella “crisi del lavoro” cioè nell’attacco del ceto economico e politico del capitale teso a “ottenere, sul terreno multinazionale, la più piena disponibilità della forza lavoro, imporre la massima mobilità sullo scacchiere degli investimenti multinazionali, raggiungere con questi mezzi la soglia di un salto generale nell’intensificazione dello sfruttamento a livello mondiale”. Ci sono anche alcuni riferimenti alla “unificazione del mercato finanziario sotto la dittatura del dollaro” e “all’uso terroristico degli strumenti del credito internazionale”. Il coordinamento avrebbe dovuto rilanciare la lotta sul salario (100.000 lire al mese uguali per tutti, rifiuto dei sacrifici), contro il lavoro (35 ore pagate 40, rigidità operaia, assenteismo, non collaborazione), contro il comando (ristrutturazione territoriale e stratificazione della classe operaia, ronde operaie contro il lavoro nero ecc.), contro la repressione delle lotte da parte dello stato. Inoltre estensione della lotta per il salario sociale (salario alle casalinghe, agli studenti, ai disoccupati) e per i servizi sociali intesi come salario indiretto e “risposta ai bisogni essenziali della classe operaia”. Infine viene ribadita l’importanza “della centralità operaia, della direzione operaia, rispetto all’intero tessuto delle lotte metropolitane”.(3)

Il tentativo di “fronte operaio contro la ristrutturazione” naturalmente fallisce, anche per le pressioni esercitate dalle tendenze alla lotta armata, ma non è questo il punto. Non c’è dubbio che la classe operaia in quel periodo abbia speso le sue migliori energie nella lotta contro il dispotismo di fabbrica, ottenendo anche dei notevoli successi, come è noto. Non altrettanto si può dire della lotta operaia al di fuori delle mura della fabbrica. La lotta operaia anticapitalistica, del cosiddetto “operaio massa”, si svolge essenzialmente sul terreno del salario, estremizzando però la sua portata. Dagli “aumenti salariali uguali per tutti”, espressione del rifiuto della divisione capitalistica del lavoro, al “salario sganciato dalla produttività” come rifiuto dello sfruttamento capitalistico e della sopravvivenza legata al lavoro, al “reddito sociale garantito”, estensione della lotta per il salario alla società e al territorio (casa, servizi, trasporti, scuola, sanità), la lotta operaia usa l’estremizzazione della lotta per il salario, nell’ipotesi che questa alla fine possa far saltare i rapporti sociali capitalistici. Questo porta indubbiamente da una parte ad una accelerazione dei processi di proletarizzazione già in corso e ad una estensione del rapporto di salario a strati vastissimi di lavoratori, ma non intacca minimamente, dall’altra, il carattere di merce dei beni di consumo e dei servizi, vale a dire la “democrazia del mercato”. In effetti comunque si arriva alla fine a quello che gli economisti chiamano “profit squeeze”, vale a dire a una erosione dei profitti tale da mettere in pericolo il processo di accumulazione. Quanto questa erosione dei profitti abbia contato nel successivo manifestarsi della crisi capitalistica saranno appunto gli economisti a dirlo.

Sta di fatto che questo continuo rilancio della lotta sul salario, questo ripartire ogni volta dalle condizioni materiali della classe annullava la tradizionale divisione fra lotta economica e lotta politica, fra sindacato e partito. La lotta economica sulle condizioni materiali era a tutti gli effetti lotta politica, garanzia della autonomia  della  classe  dalle rappresentanze,  istituzionali  e  non. Ma  all’apparire  della crisi  capitalistica,

 

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della ristrutturazione, del decentramento produttivo, della deindustrializzazione, quello che sembrava un punto di forza della lotta operaia si trasforma improvvisamente in un suo limite. Quando, dall’interno stesso della classe, dagli strati di proletariato giovanile, esplode il rifiuto del lavoro, l’operaio massa stesso si trova spiazzato. La spaccatura è inevitabile. Chi non ricorda il caso dei nuovi assunti alla Fiat nel 78-79? Contrariamente all’operaio professionale, protagonista del precedente ciclo di lotta dell’inizio del Novecento, l’operaio massa non ha un suo progetto di autogestione della produzione e di organizzazione sociale alternativo a quello capitalistico. Di fronte alla crisi non ha alternative : o riaffermare la centralità della fabbrica, in una strenua difesa della sua centralità come soggetto sociale antagonista o scomparire come tale. La riaffermazione della centralità della fabbrica si dimostra effimera, la scomparsa invece molto concreta. Va comunque detto, a questo punto, che la questione del proletariato industriale, delle sue lotte, della sua composizione sia numerica che sociale, deve essere riconsiderata oggi a livello mondiale, ivi compresi i paesi di nuova industrializzazione, mentre una visione ristretta al solo mondo capitalistico occidentale può risultare alla fine fuorviante.

Allo stesso tempo il “proletariato giovanile o diffuso”, privato delle sue punte più radicali, rifluiva entro i limiti delle compatibilità capitalistiche, in un processo progressivo e inevitabile, come poi vedremo. Alla metà degli anni 90 il processo era ormai compiuto, tanto da consentirne una lettura empirica in un articolo dell’epoca che si occupava della flessibilità della produzione e del lavoro. (4) Si diceva allora : “ La condizione fondamentale della flessibilità del lavoro è indubbiamente l’abbassamento dei salari reali unito all’aumento della disoccupazione. Senza queste condizioni non si potrebbe realizzare il presupposto fondamentale della flessibilità del lavoro che è la disponibilità da parte della forza lavoro ad accettare qualsiasi tipo di lavoro. Detto questo però una tale disponibilità può assumere le forme più diverse nei vari settori di lavoro. Presso il settore più stabile dei lavoratori occupati si verifica un adattamento degli orari di lavoro all’andamento della produzione secondo le regole del “just in time”. Ciò significa orari flessibili, part-time, lavoro notturno, lavoro stagionale ecc. Il tutto inquadrato in un generale aumento degli orari di lavoro per i lavoratori impiegati stabilmente, come ha sottolineato P. Basso in un suo recente articolo sugli orari di lavoro. (5)

Esiste poi il vasto arcipelago del lavoro precario e saltuario, giovanile e/o dei lavoratori immigrati, ma che va estendendosi a strati di lavoratori che via via si ritrovano senza un lavoro stabile. Qui la flessibilità totale è la regola insieme con i bassi salari e le condizioni dure di lavoro. Tuttavia anche qui possiamo individuare diverse fasce. Nella fascia bassa dei lavori precari troviamo i lavori manuali nei settori più tradizionali : cooperative di trasporto, pulizie, mense e ristorazione, manutenzione ecc. ; ma anche i lavori meno tradizionali come i nuovi servizi alla persona o le attività di organizzazione del tempo libero. Nella fascia medio-alta dei lavori precari troviamo i cosiddetti “lavoratori autonomi di seconda generazione”, le nuove professioni nei settori dei servizi alle imprese, dell’informatica, della finanza. Dice di essi la LUMHI (Libera Università di Milano e dell’Hinterland) costituita recentemente ad opera di personaggi ben noti del tardo operaismo : “Sono i professionisti del settore “servizi alle imprese”, prodotti dai fenomeni di terziarizzazione, di outsourcing, di informatizzazione, di finanziarizzazione, oppure prodotti dallo sviluppo dei nuovi servizi alla persona, delle nuove abitudini di vita, di consumo del tempo libero, di comunicazione… Si illudono di rappresentare la “fascia alta” del mercato del lavoro postfordista, ma le più recenti indagini ci dicono che sono “a rischio di povertà”… L’età aurea del postfordismo è finita e gli eroi yuppies di un tempo si avvicinano sempre più alla “fascia bassa” del mercato del lavoro, alla galassia del “self employment”… Dire che i primi rappresentano la “nuova borghesia” e gli altri il “nuovo proletariato” è

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una banalità priva di senso. E’ più sensato dire che ambedue rappresentano il fenomeno epocale del “declino del lavoro salariato”.(6) Ma a me sembra più sensato dire che siamo in presenza di una generalizzazione su vasta scala del lavoro precario e super sfruttato solo formalmente e giuridicamente camuffato come lavoro autonomo per scaricare una parte consistente dei costi sul lavoratore stesso. Quello che soprattutto non mi convince in queste teorizzazioni è che si possa parlare già oggi di fatto per questi lavoratori di un superamento del lavoro salariato, o di un declino del rapporto di lavoro salariato rimanendo sempre nell’ambito del sistema capitalistico”.

Il tentativo più importante di intervento teorico-pratico e di organizzazione del proletariato giovanile è stato sicuramente quello di alcuni settori dell’Autonomia Operaia e, in particolare dell’area che faceva riferimento alla rivista “Rosso” (1973 - 1979). A questa rivista si deve principalmente l’elaborazione teorica che puntava all’individuazione del nuovo soggetto definito come “operaio sociale”. Le caratteristiche principali di questo nuovo soggetto possono essere, a mio avviso e in estrema sintesi, così delineate :                   

1) il sapere diffuso proprio dell’intellettualità di massa in parallelo con la crescita dell’incorporazione della scienza e della conoscenza nei processi produttivi e nella cooperazione sociale;

2) il rifiuto del lavoro;

3) la riappropriazione di reddito al di fuori del rapporto di lavoro salariato;

4) l’espandersi dei bisogni e dei desideri proletari oltre i limiti di sussistenza imposti dalla vendita della forza lavoro, oltre e attraverso il mondo dei consumi borghesi e la stessa controcultura.(7)

Il “riflusso entro i limiti delle compatibilità capitalistiche” si esercita su ognuna di queste insorgenze in maniera puntuale e sistematica.

Nel lavoro su “Rosso” prima citato gli autori si interrogano sul perché della “imperfezione” di una ipotesi altrimenti dirompente. “Una certa immaturità dei soggetti sociali? Il mancato risolversi della transizione capitalistica verso un paradigma definitivamente caratterizzato dalla sussunzione reale?”. Quanto all’immaturità dei soggetti sociali si può senz’altro convenire che la base sociale dell’autonomia operaia era ancora troppo fragile. La crisi non aveva ancora macinato abbastanza, o meglio era solo all’inizio. La “sussunzione reale” del nuovo soggetto avrebbe comportato una serie di trasformazioni pur all’interno del modo di produzione capitalistico che, per dirla più chiaramente, potevano essere : la realizzazione della fabbrica automatica, un salto tecnologico generalizzato che avrebbe dovuto comportare un rivoluzionamento del modo di produrre e di vivere. Ma così non è stato. Per fare un esempio vicino a noi la Zanussi, nota industria di elettrodomestici di Pordenone, l’aveva già progettata nei primi anni 80. Ma nel 2005 apparve sulla stampa quotidiana, senza troppo clamore, una notizia emblematica : la Zanussi aveva definitivamente rinunciato al suo progetto di fabbrica automatica. L’automazione completa della fabbrica era ritenuta più costosa e, tutto sommato, meno “flessibile” dell’uso della manodopera. E’ noto infatti che l’introduzione di nuove tecnologie nella produzione incontra nel capitalismo un limite di fondo. Infatti la difficoltà di valorizzare adeguatamente la massa sempre crescente del capitale fisso è l’elemento che, in ultima analisi, porta alla crisi dell’accumulazione.(8)

Anche l’introduzione della microelettronica e dell’informatica nel processo produttivo non ha per niente ridotto   il  prezzo   del  capitale  fisso,  anzi  molte   rilevazioni   statistiche  tendono  invece  a   provare   che

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l’introduzione della microelettronica nel processo produttivo, dopo il primo e fugace entusiasmo, è stata molto meno massiccia di quanto ci si poteva aspettare e segna comunque il passo. Ci troviamo quindi di fronte a un forte rallentamento della crescita della produttività, dovuto alle evidenti difficoltà in cui si dibatte l’accumulazione. La microelettronica ha avuto la più grande diffusione nel campo della comunicazione, dell’informazione, della raccolta e trasmissione dati, nel campo amministrativo, finanziario e del controllo sociale, nei servizi alle imprese e alla pubblica amministrazione, tutti campi in cui si sono riversati i “lavoratori autonomi di seconda generazione” la cui “sussunzione”, detta in termini marxiani, è stata solo “formale”, cioè limitata all’acquisto di prodotti del “lavoro immateriale”. D’altra parte però il lavoro mentale ha subito, in larga parte, lo stesso processo già toccato al lavoro manuale, vale a dire l’incorporamento del lavoro vivo nel lavoro morto, cioè nel macchinario, impersonificato in questo caso dal microprocessore. Tuttavia, pur nell’aumento relativo del lavoro immateriale, la divisione fra lavoro manuale e intellettuale rimane comunque fondante del modo di produzione capitalistico, anche se andrebbe ovviamente attualizzata.

A venti anni di distanza converrà forse ritornare sulla questione del “postfordismo” e ritentare una lettura nei termini di una rivoluzione mancata : non dal proletariato certo, ma dal capitale. Il capitale si è dimostrato infatti incapace di allargare e di stabilizzare quello che pomposamente era stato definito un “nuovo paradigma produttivo” forse perché l’affermarsi di un nuovo “paradigma” finiva con l’entrare in contrasto con i limiti strutturali del capitalismo stesso. Come nota Eleonora Fiorani, studiosa milanese di antropologia, “nella situazione attuale i differenti modi di regolazione e accumulazione non si sono sostituiti l’uno con l’altro ; fordismo, post e neofordismo coesistono, come la produzione di massa e quella flessibile, l’economia di scala e le economie di campo di attività : è questa ambivalenza che fa la peculiare logica della globalizzazione”.(9)

Ma dove c’è una rivoluzione mancata si insinuano e coesistono forme involutive, o di resistenza, o abbozzi di nuovi cambiamenti. E’ quanto avviene per il tempo di lavoro. La storica battaglia del “movimento operaio” per la riduzione dell’orario di lavoro si è fermata al limite delle mitiche “otto ore”. Dopo di che, da almeno trenta anni a questa parte, la controtendenza all’aumento dell’orario di lavoro in tutti i settori è stata la regola, come ha ben dimostrato P. Basso nel suo lavoro prima citato. Una simile tendenza si può rilevare “in un modo tutto particolare proprio in quel mondo dei servizi raffigurato a destra e a manca come l’Eldorado postmoderno del lavoro leggero, pulito, relativamente breve, gratificante”. Ricordo ancora una vignetta in copertina di una copia dell’ Espresso dei primi anni ottanta in cui si vedeva uno yuppie dell’epoca, debitamente incravattato, che esclamava : “Ho appena aperto una agenzia immobiliare, sempre meglio che lavorare, no ?”. Negli anni 80 la gestione capitalistica della crisi arriva ad usare i comportamenti soggettivi individuali contro il lavoro per distorcerli ai propri fini. Il rifiuto del lavoro diviene inevitabilmente rifiuto del lavoro operaio e, come tale, corre parallelo ai processi di deindustrializzazione, di decentramento produttivo, di “terziarizzazione” della società, ne diviene prodotto e, allo stesso tempo, acceleratore, si converte in una generale espansione del lavoro improduttivo. Il dispiegarsi della crisi capitalistica compie il resto dell’opera in un mercato della forza lavoro ormai divenuto mondiale. Ritorna di moda il plusvalore assoluto.(10)

Passata l’epoca delle autoriduzioni e degli “espropri proletari” una parte dell’ingente debito pubblico di quegli anni viene utilizzata per finanziare una serie di ammortizzatori sociali necessari per tenere a bada le esigenze  di  reddito  della  massa  dei  licenziati  e  cassintegrati,  del  nascente  precariato, degli assunti nel

 

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pubblico impiego ecc. Come pure può avere funzionato da ammortizzatore il costante aumento del credito al consumo a interessi via via decrescenti per compensare il calo progressivo dei salari reali. Ma i debiti alla fine vanno comunque pagati come la vicenda dei “mutui subprime” insegna.

Si ritorna quindi alla questione dei consumi proletari. Non è facile rintracciare in Marx una compiuta teoria dei bisogni. Dal complesso della sua analisi si può comunque evincere che i bisogni sono socialmente determinati, per cui, nel nostro tempo, essi sono definiti dal modo di produzione capitalistico. Questo concetto è concretamente sviluppato nei Grundrisse : “La produzione del plusvalore relativo, derivante dalla crescita delle forze produttive, richiede la creazione di nuovi consumi ; momento centrale della circolazione, la sfera dei consumi deve crescere insieme alla sfera della produzione. Conseguentemente a) i consumi esistenti devono essere espansi, b) i bisogni vengono ampliati coinvolgendo nuovi strati di popolazione e c) vengono creati nuovi bisogni e nuovi valori d’uso vengono scoperti e prodotti”.(11) Per quanto la gran parte di questo scritto sia inserita nel contesto della “missione civilizzatrice” del capitalismo e non implichi, di per sé, una critica dei bisogni così creati, si può pensare che Marx tenesse contemporaneamente in considerazione i due contraddittori aspetti della realtà che analizzava, vale a dire il ruolo positivo del capitalismo, che crea uno sviluppo dei bisogni umani, e il suo ruolo negativo che distorce e mercifica questi bisogni. Comunque l’espandersi dei bisogni e dei desideri proletari, cui prima si accennava, potrebbe alla fine rimettere in discussione il confine fra consumi di massa e consumi che oggi vengono considerati “di lusso”. A questo proposito mi vengono in mente dei versi del poeta futurista russo Majakovskij che dicono :

                                     “per l’orda sfrenata dei miei desideri

                                       non basta l’oro di tutte le Californie”.   

Trarre delle conclusioni da queste prime considerazioni sparse sulla composizione di classe non è facile. Quanto meno sarebbe necessario un ulteriore approfondimento di analisi e di inchiesta. In termini molto generali possiamo dire che, nella condizione attuale di crisi strutturale del capitalismo, il movimento di deintegrazione dei lavoratori prevale su quello di integrazione, ma che quest’ultimo riguarda comunque, almeno nel mondo occidentale, strati corposi di lavoro improduttivo legato alla circolazione del capitale finanziario, commerciale ecc. , alle attività di controllo e di repressione, alla difesa della proprietà privata, alla società dello spettacolo. E che una ridefinizione di un percorso di ricomposizione di classe non può essere pensato e praticato che a livello mondiale.

Bastino, per adesso, alcuni esempi per rendere l’idea. Novembre 2005 : la rivolta del proletariato metropolitano, precario e dequalificato, infiamma le banlieues parigine. Marzo 2006 : l’opposizione degli studenti al CPE, a difesa di alcune garanzie, assume toni di scontro violento e si generalizza a tal punto da costringere il governo francese a ritirare il provvedimento. Fra i due movimenti non si instaura alcun collegamento evidente, anzi si registrano alcuni episodi di tensione fra le due componenti. Nel corso del 2011 le masse subordinate della Tunisia e dell’Egitto, qualificabili probabilmente come proletariato di riserva, inscenano una rivolta dagli esiti comunque tuttora imprevedibili. Nel settembre di quest’anno gli operai della Foxconn di Shenzhen si ribellano  contro i bassi salari e le condizioni di lavoro disumane. La lotta, una delle mille che avvengono in Cina quotidianamente, buca fortuitamente lo schermo dei media occidentali a causa della contemporanea uscita nei centri commerciali dell’iPhone5 della Apple, che viene prodotto in quella fabbrica, a costi naturalmente molto bassi. Un giornalista intraprendente ha quantificato i costi di produzione di questo oggetto dei desideri in 150 euro. Il prezzo al pubblico è di circa 600(12).

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Forse è arrivato il momento di pensare e di praticare una nuova forma di internazionalismo proletario.

                                                                                                                                                Visconte Grisi

N O T E.

1) P. Baran : The political economy of growth – Londra 1957

2) Per una trattazione sistematica relativa al periodo in questione vedi : O’ Connor, Gough, Colliot-Thélène – Lavoro produttivo, lavoro improduttivo e classi sociali – Savelli Editori  1980. Nel suo contributo O’ Connor individua i ruoli sociali ricoperti dai lavoratori dei servizi (medico-paziente, hostess-passeggeri, operatore sociale-assistiti ecc.) come possibile oggettivazione dei rapporti sociali capitalistici “nella forma della vita soggettiva di un’altra persona”. Il tema dei ruoli sociali, tanto caro al Sessantotto e alla sua critica radicale, rimane comunque in bilico fra struttura e sovrastruttura.

3) La bozza di piattaforma è reperibile in : La Voce Operaia – n. 297 – Dicembre 1976.

4) Visconte Grisi : I mille volti della flessibilità in “Sindacalismo di Base” n. 5 – Settembre 1997.

5) P. Basso –Tempi moderni, orari antichi. Il tempo di lavoro a fine secolo – Angeli, Milano 1998.

6) L. U. M. Hi. : Note informative, seminari e convegni – settembre 1996.

7) Tommaso De Lorenzis, Valerio Guizzardi, Massimiliano Mita : Rosso. Avete pagato caro non avete pagato tutto – Derive Approdi – 2008.

8) Benjamin Coriat in “Science, technique et capital”, Editions du Seuil, 1976, sostiene che “tutte le volte che una macchina permette di economizzare lavoro vivo – ed è, questa, la condizione per la sua incorporazione – nello stesso movimento essa riduce la base del lavoro vivo sulla quale prelevare il plusvalore. A causa di questa contraddizione tutto accade come se la “spinta a innovare”, per ciò che riguarda la trasformazione del processo di produzione, diminuisse e tendesse ad annullarsi mano a mano che si giunge ad un certo livello di sviluppo della forza produttiva della macchina. A questo livello, i guadagni sperati di produttività si realizzano ad un tal costo che non giustificano più il sovrappiù di investimenti”.

9) E. Fiorani – La nuova condizione di vita. Lavoro, corpo, territorio. – Lupetti, Milano 2003.

10) Su questo argomento cfr. anche Collegamenti Wobbly n. 11 nuova serie – Gennaio-Giugno 2007 : Il rifiuto del lavoro dal 77 a oggi di V. Grisi.

11) K. Marx : Grundrisse – Rohentwurf – Berlino 1953. Marx rivela qui una straordinaria modernità, se pensiamo a tutto il lavoro improduttivo che viene consumato nei call center, nella pubblicità, nel marketing ecc.

12) Uwe Buse – Anatomia di un iPhone – in D supplemento di “Repubblica” – Settembre 2012.      

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